I ricordi di via Nettuno

 

Essendo vissuta più a lungo altrove, anche se nelle vicinanze, che a Mussomeli (paese di cui sento forti e tenaci legami e radici difficilmente tranciabili) i ricordi legati a quell’ambiente risalgono ai periodi più remoti della mia vita: gli anni della primissima infanzia quella a cui sono legati ricordi di fatti, che nella maturità, sembrano banali, ma che rimangono vividi ed incancellabili.

Sono voci, odori, rumori, case vecchie e umide, strade lunghe, ma attraversate oggi, brevissime, persone ritenute vecchie, ma che non avevano oltrepassato i trenta o quaranta anni.

I miei primi ricordi sono legati ad una via, quella della casa dove sono nata: Via Nettuno, una strada che inizia a sud est della piazza Roma e finisce in quello che, allora, chiamavamo u chianu da Rizza che immetteva a lu purticatu, attraversato il quale si sbucava in una corta via al culmine della quale abitava la mia nonna paterna, la signora Francesca, donna dal portamento altero e fiero da nobildonna di stampo ottocentesco, madre di una numerosa prole che le fu sempre vicina e la colmò d’affetto fino ai suoi tardi anni. Visse sempre nella casa, dove andò ad abitare giovane sposa e rimanendovi fino a quando, a oltre novanta anni, lasciò serenamente e nel pieno delle facoltà mentali, questa terra.

I ricordi legati a Via Nettuno, sono ricordi che mi richiamano il mattutino canto del gallo che ci svegliava alle prime luci dell’alba, quando la vita iniziava per gli abitanti della strada: nobili (ricchi proprietari terrieri) o popolani che dovevano, con i propri animali che vivevano nelle stalle , costituite dai piano terra delle abitazioni, raggiungere le campagne delle periferie del paese per ricavare magri guadagni da dividere con i proprietari delle terre sulle quali versano gocce di sudore come sangue. Dalle campagne nelle immediate periferie gli uomini tornavano al calar del sole e trovavano le loro donne sedute sugli immancabili gradini davanti alle porte d’ingresso delle modeste abitazioni che condividevano con gli animali da soma, e tra una chiacchiera e l’altra sferruzzavano o rattoppavano i duri indumenti da lavoro dei mariti.

Il loro arrivo le faceva rientrare: si accendevano le fioche luci e dopo un’affrettata pulizia delle mani, gli uomini, le donne e la numerosa figliolanza, sedevano attorno al desco a consumare frugali cene, che consistevano, molto spesso, in un piatto di pasta con i cavoli o il sugo, o in odorose frittate di patate cipolle e uova e, una volta la settimana la frittura era di patate fegato, polmone, milza e varie frattaglie. Proprio questo era il cibo preferito tutte le sere dalla famiglia che abitava nel piano terra di fronte proprio alla mia casa. Era una famiglia che chiamavamo”I palermitani”, sicuramente perché provenivano da Palermo e da qui l’appellativo con cui li chiamavamo.
Altro piatto che costituiva il quotidiano cibo erano “Le patate in bianco”. Si cuocevano, in abbondante acqua le patate sbucciate con cipolla e olio e, a cottura ultimata, si aggiungeva un uovo.

Ma altri profumi intensi sento ancora , quando ripenso agli anni vissuti in quella via Nettuno: sono i profumi o meglio è l’aroma del caffè che due “putiare “tostavano nelle strade, a breve distanza l’ una dall’altra. Erano “La za Pippinedda” e “La za Cicca” che, a noi ragazzine, regalavano spesso delle grosse cucchiaiate di caffè, o meglio, orzo tostato misto a zucchero che per noi era una leccornia graditissima.

Ai ricordi di questi aromi che si diffondevano nell’umida aria dei tardi meriggi invernali, spesso si associa un ovattato suono di sonagli delle capre che passavano per le strade alle primissime luci e, alle donne che le attendevano con dei contenitori, il pastore mungeva dalle turgide mammelle prezioso bianco caldo latte ammantato da soffice schiuma, che noi piccole bevevamo senza bisogno che fosse bollito.
Ancora ricordi di altri sapori tornano spesso insistenti a colpire il mio olfatto: gli odori della “robba cotta” Il profumo del brodo ottenuto dalla cottura delle interiora di ovini o bovini, assieme a sedano , cipolla e pomodoro Anche questo si diffondeva spesso nell’aria fredda dei lunghi inverni . Spesso con “il porta pranzo,”un contenitore in alluminio a chiusura ermetica, si andava a comprare poche decina di lire di quel profumatissimo intruglio che si divorava con tanta avidità assieme al pane raffermo che non mancava neppure nelle case anche dei meno abbienti.

Un ultimo ricordo oltre quello legato agli odori, ai sapori d’infanzia è quello che rimane ancora vivido : l’andare e ritornare di un’anziana signora che abitava con una sorella a pochi metri dalla fontana pubblica del “Palazzo” dove allora, quando ancora non si aveva l’acqua in casa, il prezioso liquido si andava ad attingere proprio nella fontana del Palazzo, dove appunto iniziava la Via Nettuno.

Succedeva che, data la scarsità della preziosa bevanda, si facevano lunghe file d’attesa finché arriva il proprio turno. Spesso però, come succede quando bisogna attendere dei turni, qualcuno va fuori fila per sbrigarsi prima. Sono guai per chi osa trasgredire e così capitò alla signora che abitava a pochi metri dalla fontana: aveva voluto anticipare il suo turno e qualcuno la colpì in testa con la “langedda”, causandole la cecità.

L’infelice rimase cieca e trascorreva le giornate andando da una parte all’altra della strada appoggiandosi al muro e ripetendo il tragitto dalla mattina a tarda sera. Così la vedevo tutti i giorni, mattina, pomeriggio e sera sia quando andavo a scuola, che allora aveva la sua sede nel collegio di Maria, alla “Badia”, sia quando ritornavo da scuola. Passavo velocemente perché quella donna, vestita di luridi stracci, sporca e cieca, m’incuteva paura e così attraversavo correndo quel tratto di strada sia in salita, sia in discesa.

Tra gli aromi dell’orzo tostato o delle caldarroste nelle serate umide di novembre, tra sveglie al canto del gallo e rumori di campanacci delle capre che portavano il caldo latte dalla bianca schiuma, trascorsero i primi sette anni della mia infanzia, anni ai quali sono legati questi nostalgici ricordi di un mondo semplice e privo di grandi problemi ,di una vita dignitosa, di un mondo che ormai non c’è più, ma del quale rimane in me una mai sopita nostalgia.

Per saperne di più su Rosetta da Mussomeli vi invitiamo a consultare la scheda in Bibliografia Mussomelese

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Scritto da: Bonomo_Rosetta - il 27 febbraio 2011 - Categoria: I ricordi di Rosetta - 1 Commento -

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1 Commento per “I ricordi di via Nettuno”

  1. Giuseppe Noto (bonzangu) scrive:

    La robba cotta.
    Anch’io andavo a comprare la robba cotta, che era esattamente come viene descritta. Da adulto però ho allargato le mie conoscenze in merito. Così ho scoperto che in realtà si trattava di carne di “bassa macelleria” che poteva essere venduta solamente cotta e stracotta in modo da renderla commestibile. Sì perché nella bassa macelleria si trattano animali malati. Fortunatamente i mussomelesi di oggi non devono rivolgersi a questo tipo di commercio, ma è giusto che sappiano.
    Vorrei augurarmi anche che i miei compaesani imparino a consumare carne ben frollata e non “sa vidi ca frisca m’avaddari. – frisca frisca, l’ammazzamu stamatina”. Non va bene!

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