Le Mule di Ciccu

 

Vicinzina e Tatarì, erano i nomi delle due mule di un mezzadro e per lui erano la ricchezza e il raggiungimento di una qualche “agiatezza”.

Il nome della prima mula, Vicinzina, di pelo nero, alta e robusta, non aveva nulla di originale, ma di originale era la sua “nobiltà”-se mi passate il termine- del suo incedere da vera principessa. Figlia, come tutti sapete di una giumenta e di un asino, aveva preso principalmente dalla madre: la giumenta del campiere Zu Nofrio, l’orgoglio di tutta Santarrì. Non u zu Nofrio, ma la giumenta Catarina. Dal padre, u sceccu di mastro Tanuzzu, aveva preso tutto il “selvagiumine” possibile, come selvaggio era u zu Tanu o Tanuzzu, secondo le circostanze e i momenti della giornata. Vicinzina, una delle due mule di Ciccu, con il suo bel pelo nero e il suo portamento, rappresentava il sogno del farwest, i cowboy i Tom Mix i Pecos Bill, i Capitan Kid e il grande Buffalo Bill. Quanto a cavalcarla, manco a parlarne: una sola volta davanti seduto davanti, ma le redini saldamente in mano a Peppi, u figliu di Ciccu.

Peppi era un contadino alto e robusto e, come si direbbe ora, un vero buldozer, nello zappare arare seminare mietere spagliare. In quanto a leggere a far di conto, il compito era demandato a Cuncittina, l’ultima genita di Ciccu, che, con la sua quinta elementare, rappresentava quella che sapeva tutto lo scibile del tempo: la Storia di Roma, la Geografia e le virtù di Giovanna d’Arco.

Tararì, l’altra mula-mai dato a sapere la provenienza vagamente araba del nome e chi l’aveva “battezzata”. Passi per Vicinzina, ma Tararì era davvero unica. Né Ciccu, né Peppi, né tanto meno le donne della famiglia hanno mai chiarito chi era stato il “padrino” della mula dal pelo rosso.
Tararì, era l’esatto contrario di Vicinzina: bassa tarchiata e soprattutto inavvicinabile. A tre metri di distanza dal coraggioso che si avvicinava, cominciava a scalciare e nella rabbia, sempre repressa, cominciava ad emettere dalla parte posteriore scorreggi o, meglio piriti, da fare fuggire anche un terminator o un rambo (eroi di celluloide, ma pur sempre eroi). Solo Peppi riusciva ad ammansirla e metterla a lavorare. In quanto al patrone,Ciccu, non sempre riusciva ad averne ragione. Ricordo ancora il suo viso “giallo” dalla paura e il grosso taglio alla mano procurato dalla corda, quando Tararì cominciò a scalciare e a tentare la fuga. Per fortuna, quel giorno, tutto finì bene.

Oggi con i trattori, sostituti tecnologici delle mule, avviene la stessa cosa. Il trattore, spesso, si capovolge e il contadino ci lascia le “penne”. E’il nostro tributo al progresso…

Per saperne di più su Pitruzzu Ciccarelli da Mussomeli vi invitiamo a consultare la scheda in Bibliografia Mussomelese

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Scritto da: Ciccarelli_Piero - il 27 febbraio 2011 - Categoria: Quannu mi chiamavanu Pitruzzu ! - Nessun Commento -

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