Solo adesso mi sono convinto di condividere con tutti i miei amici, ed in particolare con quelli di Mussomeli , lo straordinario ritrovamento di un librettino manoscritto fra le poche cose che mi sono rimaste dall’eredità dei miei genitori.
Si tratta di un racconto, sicuramente scritto, visto lo stile e il lessico, alla fine del XIX secolo ed i primissimi del XX. La calligrafia è quella tipica ottocentesca, e tutto sommato anche l’inchiostro. Le carte, anche se sbiadite in alcun tratti, sono leggibili e chiare abbastanza da consentire una lettura senza tanti sforzi della vista.
Cos’altro dire?
Naturalmente, per quante supposizioni si possano fare, penso non sia un manoscritto del massimo esponente che Mussomeli ha espresso in fatto di cultura cioè Paolo Emiliani Giudici, anche se in apparenza potrebbe sembrare.
Certamente non mi spiego come sia finito in un vecchio baule, pieno di scartoffie, dei miei genitori.
In ogni caso risulta abbastanza chiaro, già alla prima lettura, il tentativo da parte dell’ignoto scrittore di narrare una storia nella quale i personaggi siano poco riconoscibili, anche da parte dei contemporanei.
Il perché non fu pubblicato, non è dato saperlo e non è possibile, almeno per il momento, saperne qualcosa.
Vi chiederete, ma perché ti sei deciso solo ora di farlo conoscere?
La risposta è semplice !
Perché ritengo che altri studiosi possano darci una mano per dipanare il mistero del manoscritto ritrovato il cui titolo è l’unica cosa chiara:
Salvatore Cinquemani, un antenato imbarazzante
Dal titolo infatti si evince non solo il nome del protagonista ma anche che trattasi di un antenato di cui vergognarsi.
Vista la non semplice comprensione, ho preferito pubblicarlo a capitoli così come si presenta nel manoscritto originale.
Ecco il primo capitolo.
Salvatore Cinquemani, un antenato imbarazzante: Capitolo I
Nel contesto di cui fa parte per nostra ammissione sul contenuto autentico di quanto di seguito sarà trascritto sulle opere e le testimonianze testé raccolte su questo antenato, mi preme stabilire che in molti dei testi alla vista dei suoi coetanei desta parecchi dubbi sull’autenticità dei suoi trascorsi avventurosi.
Viepiù maggiormente vengono accolte come sospette certe sue avventure datate in epoche divergenti e anche l’improbabile semiotica sottesa al percorso diacronico che si può materializzare solo in dinamiche per nulla non di segno autentico. Se ci rivolgiamo al suo assunto – suo del Cinquemani – che nel percorrere la strada della cittadella dove vigeva il più assoluto non materializzarsi di ciò che repelle a figure facilmente collegabili negli impulsi che vanno a toccare con chiara dimensione la zona confacente della corteccia occipitale del nostro possibile recepire.
Orbene, da tanta facile presunzione di volerci fare intendere che la narrazione abbia riscontro obiettivo, il Cinquemani lascia il sospetto, o a volere suo o a involontaria mancanza di precisione narrativa, per niente esplicativa, tende, certamente, alla più mendace delle congetture sul fabbisogno sicuramente non altrimenti da non procrastinare in virtù di stimolazioni inequivocabili nelle parti che, secondo le più miserrime accezioni di volgo o plebe, come usavasi specificare ai primi del secolo scorso la parte della nostra meno abbiente o come sin dai tempi più remoti del percorso umano veniva dai inconsapevoli sociologi del tempo proletari, veniva chiamato “a natura”.
Intanto il racconto del su detto antenato si scopre, o se a voi fa maggiormente grado, si evince, che per la strada percorsa in siffatte condizione non poteva che sfociare in un disastro di proporzioni che tanto fastidio arrecano alle cavità della parte del nostro viso che caratterizza il nostro più o meno piacevole rapportarsi con i nostri coevi esponenti della scala evolutiva degli esseri viventi.




